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Le strutture del linguaggio: un’introduzione alla fonologia
(II) *

a cura di Angela Santese, Università La Sapienza, Roma

I sistemi fonologici

I sistemi fonologici sono costituiti dall’insieme di suoni caratteristico di una lingua, l’inventario fonologico. Alcuni elementi fonetici fanno parte dell’inventario fonologico di una lingua, ma non di un’altra.
I sistemi fonologici delle lingue hanno raramente più di 50 fonemi. L’inventario dell’italiano è di 27 fonemi, il francese ne ha 33, l’inglese 40. Si distinguono dalle altre, le lingue parlate nella Nuova Guinea e negli arcipelaghi della Polinesia che hanno inventari molto ridotti.
La maggior parte dei sistemi fonologici ha più consonanti che vocali. Le consonanti sono, in genere, circa il doppio delle vocali. Questo è probabilmente dovuto al fatto che le consonanti sono le maggiori responsabili dell’intellegibilità del discorso, mentre le vocali della sua udibilità.


Fenomeni fonologici

Il sistema fonologico di una lingua non è dato esclusivamente dall’inventario dei suoi fonemi. Questi infatti, durante l’operazione di assemblaggio in morfemi e parole, vengono sottoposti ad una serie di ‘aggiustamenti’. E sono proprio questi aggiustamenti, ovvero i fenomeni fonologici, che contribuiscono a dare l’assetto peculiare del sistema fonologico di una lingua.
 
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Un fenomeno fonologico frequente è l’assimilazione parziale che si ha quando un suono assume alcune caratteristiche fisiche del un suono adiacente. Ad esempio, la fricativa alveolare sorda [s] se premessa a una consonante sonora si realizza foneticamente come una fricativa alveolare sonora

[z]

(es., sdentato

[z]

dentato, sbloccare

[z]

bloccare). Quindi è la sonorità della consonante seguente che si estende anche a s. Il prefisso italiano s- può essere registrato nella nostra mente come un unico elemento, pur essendo pronunciato poi realmente in due modi diversi.
Si parla invece di assimilazione totale, quando il segmento si trasforma completamente, come nel caso di in + logico che diventa illogico, o della d del dialetto romanesco in cui quando diventa quanno; prende diventa prenne e pende diventa penne.
Esistono anche casi di assimilazione ad un suono non adiacente: la metafonia. In questo caso c’è un mutamento della qualità della vocale accentata di una parola, provocato dalla presenza di certe vocali seguenti. Le vocali che provocano metafonia sono generalmente i e u.

Si parla di neutralizzazione quando due fonemi perdono valore distintivo e vengono realizzati come varianti di uno stesso fonema. La distinzione tra [e] (legge = norma) e [

] (legge = da leggere) o tra [o] (botte = recipiente del vino) e [

] (botte = percosse) permane solo quando tali vocali sono in sillabe accentate e viene neutralizzata in posizioni non accentate (2).
Altri fenomeni fonologici (3) inseriscono o cancellano un segmento. Un esempio di inserzione (o epentesi) è quello che porta molti italiani a pronunciare p[i]sicologo anziché psicologo (4)


L’analisi dei segmenti in tratti distintivi

Gli esempi del paragrafo precedente ci mostrano che i fenomeni fonologici e le regole che li governano non sono quasi mai determinati da un fonema nella sua interezza, ma solo da alcune delle sue caratteristiche. Nel caso dell’assimilazione, ad esempio, alcune caratteristiche di un suono si estendono a un altro suono (s in italiano è sensibile a tutti i fonemi che condividano la caratteristica di sonorità). Caratteristiche come la sonorità, la nasalità, la coronalità, possono essere all’origine di molti fenomeni che modellano il sistema di suoni di una lingua.
I segmenti fonologici hanno una struttura interna. Ogni fonema è composto da una serie di proprietà fisiche o tratti. I fonemi vengono descritti e raggruppati in base ai tratti da cui sono composti (5). Un gruppo di fonemi che ha una o più caratteristiche fonetiche in comune costituisce una classe naturale: i fonemi che possono essere classificati in base a un insieme comune di proprietà fisiche, si comportano all’interno di un sistema fonologico di una lingua in modo simile.
La maggior parte dei tratti è binaria. Un tratto può essere infatti nasale o non nasale (ovvero orale) e non c’è una via intermedia fra i due.


La sillaba

Oltre all’inventario dei fonemi e ai fenomeni cui sono sottoposti, bisogna tenere presente il modo in cui i segmenti di una lingua si combinano fra di loro. Infatti, gran parte delle differenze tra i sistemi linguistici del mondo derivano da queste combinazioni. Alcune combinazioni sono possibili in una lingua ma non in un’altra. L’italiano standard non tollera, ad esempio, all’inizio di parola il nesso [vr] normale per altre lingue. I parlanti devono avere una tacita conoscenza sul modo in cui si legano insieme i fonemi della loro lingua.
I fonemi che compongono le parole non sono disposti in maniera casuale, bensì si riuniscono in unità fonologiche: le sillabe. Diversamente dal fonema, ognuno di noi ha un’intuizione ben precisa su cosa sia una sillaba: molti giochi verbali dei bambini consistono nell’inserzione sistematica di sillabe nelle parole.
Le sillabe sono formate da una parte centrale, detta nucleo, obbligatoria e di grande udibilità. Il nucleo è costituito per lo più da una vocale ed è l’elemento minimo, nel senso che una sillaba può essere composta anche dal solo nucleo. Il nucleo può essere preceduto e seguito da consonanti (tor.ta), che costituiscono i margini della sillaba (attacco –anche detto incipit o onset – e coda).
Le sillabe si dividono in semplici e complesse.
Le sillabe semplici sono le sillabe CV (costituite da una consonante seguita da vocale), sono le più comuni e le prime ad essere acquisite dal bambino.
Le sillabe complesse sono le sillabe CCV (consonante-consonante-vocale), che hanno un attacco bi-consonantico, e le sillabe CVC (consonante-vocale-consonante), chiuse da una coda consonantica. Gli attacchi complessi, cioè che coinvolgono gruppi di consonanti, sono fonte di difficoltà nelle prime produzioni linguistiche dei bambini e vengono spesso realizzate con degli errori.
In italiano la struttura della sillaba aperta – CV – non conosce restrizioni combinatorie: qualsiasi consonante, presa da sola, può infatti combinarsi con una qualsiasi vocale dell’italiano.
Quando l’incipit e la coda occorrono in strutture sillabiche l’ordine con cui si dispongono gli elementi consonantici nella sillaba non è casuale ma è governato dalla scala di sonorità (6). I foni si collocano lungo una scala di intensità in funzione del grado di apertura dell’articolazione. Nel punto più alto della scala ci sono le vocali aperte seguite dalle vocali più chiuse, dalle semivocali, dalle laterali, dalle vibranti, dalle nasali, dalle fricative, dalle affricate e, all’ultimo posto, dalle occlusive. La sillaba può essere definita come un’unità fonologica costituita da uno o più foni agglomerati intorno a un picco di intensità. La scala di sonorità per l’italiano è la seguente.


Fugura 3. la scala di sonorità

Gli elementi della sillaba si dispongono pertanto in ordine di sonorità crescente dall’inizio dell’attacco al nucleo e decrescente dal nucleo alla coda, seguendo il principio di progressione di sonorità.
Qualsiasi tipo di consonante può costituire un attacco sillabico. Invece nel caso in cui ci sono due consonanti, la seconda, in italiano, può essere solo una liquida (/r/ tre.no e /l/ cla.sse) o una semiconsonante (/j/ lie.to e /w/ luo.go).
In italiano le vocali alte /i/ e /u/, a differenza delle altre vocali che sono sempre nucleo di sillaba, hanno la possibilità di comparire sia nel nucleo, che nell’attacco o nella coda. Se si trovano nel nucleo costituiscono la vocale della sillaba (es. bi. bu. tri. fin. ecc.). In posizione di attacco (es. ie.ri, ecc.), vengono articolate come semiconsonanti. In posizione di coda (es. poi, cui, ecc.) hanno invece un’articolazione semivocalica intermedia tra le due precedenti e vengono chiamate semivocali.
La coda può essere occupata, in italiano, solo da liquide e nasali che hanno tutte in comune il tratto sonorante (/r/ car.ta, /l/ col.to, /n/ con.to, /m/ com.pagno) e semivocali (come per esempio in lau.to e poi), nonché tutte le consonanti purché si tratti di consonanti geminate (doppie – C1C1V).
Il fonema /s/ ha un comportamento molto particolare. E’ l’unica consonante che può precedere un attacco costituito da due consonanti (come in strofa). Può violare la scala di sonorità come in scala, spada, stile dove è l’unica consonante che, in un onset bi-consonantico, può precedere un’occlusiva sorda. Può trovarsi in coda pur non essendo una sonorante, come in lapsus.
I criteri ortografici dell’italiano prescrivono che parole come bastone, pastrano, astratto debbano essere sillabate nel modo seguente: ba.sto.ne, pa.stra.no, a.strat.to. Un’interessante proposta di Kaye, Lowenstamm e Vergnaud (1990) suggerisce invece che /s/ di un nesso consonantico non appartenga all’attacco della sillaba ma costituisca la coda della sillaba precedente. Dal punto di vista fonologico quindi, la scansione in sillabe delle parole viste sopra sarebbe la seguente: bas.to.ne, pas.tra.no, as.trat.to. L’ipotesi varrebbe anche nel caso di /s/ di un nesso iniziale di parola, che non farebbe parte dell’attacco della parola stessa, ma sarebbe “pronta” a costituire la coda di una qualsiasi parola precedente. Per esempio, se la parola scarpa è preceduta dall’articolo la i confini sillabici saranno: las.car.pa. Questo va incontro alla regola della risillabificazione: se una parola è preceduta da un’altra parola che termina con una vocale, la consonante iniziale di parola si allunga andando ad occupare la posizione di coda della sillaba precedente. Seguendo la teoria esposta da Kaye, /s/ come segmento estraneo va a chiudere la sillaba precedente formando un attacco ben formato, senza creare un’altra posizione, risolvendo, anche, il problema della violazione della scala di sonorità.


Elementi di prosodia (7)

Come abbiamo visto, le unità del sonoro, con tutte le loro caratteristiche, si combinano a formare sillabe, parole e frasi. La produzione di tali unità è sempre accompagnata da importanti variazioni di pronuncia, che seguono altre dimensioni rispetto a quelle sin qui esaminate, e che modificano in vario modo il significato dell’espressione sonora.
L’estensione tonale, dell’intensità, del tempo, del ritmo, delle pause sono tutti elementi che fanno parte della prosodia della lingua e sono chiamati anche tratti soprasegmentali perché in un certo senso sembrano appoggiarsi, ‘stare sopra’ ai segmenti, alle unità fonologiche.
I più importanti effetti prosodici sono prodotti dalle variazioni dell’ALTEZZA TONALE, la cui evoluzione determina la melodia del discorso.
Un altro importante tratto prosodico è dato dall’INTENSITÀ del suono, a cui è direttamente collegata la sensazione del volume. Anche il volume può segnalare differenze di significato: un aumento di volume, ad esempio, può essere ricondotto al sentimento di collera.
Le variazioni della VELOCITÀ DI ELOCUZIONE – detta anche TEMPO – forniscono un terzo parametro prosodico. Accelerando o rallentando la velocità con cui vengono prodotte le sillabe, si possono trasmettere significati diversi, a livello di emozioni (la velocità di elocuzione della collera è rapida, mentre quella della tristezza è tipicamente lenta), di attitudini (il tempo può darci qualche indizio circa la cortesia, l’impazienza, o l’insicurezza del locutore), ecc.
Questi ed altri parametri si combinano in vario modo fra di loro e si collegano in vario modo al materiale segmentale, contribuendo in maniera rilevante alla costruzione del significato.
Abbiamo visto che è possibile individuare degli elementi minimi discreti nel flusso del parlato. A livello prosodico, le cose si presentano in maniera diversa e è molto difficile segmentare il “continuum prosodico” in unità discrete, per varie ragioni:

• i tratti prosodici (l’altezza tonale, l’intensità, il tempo, il ritmo, le pause) compaiono spesso simultaneamente e si combinano fra di loro in vari modi, con interazioni complesse e tuttora non completamente indagate;

• i tratti prosodici si combinano inoltre col materiale segmentale in modi di volta in volta diversi;

• i fatti prosodici oltre a veicolare informazioni propriamente linguistiche, possono venire impiegati anche per trasmettere informazioni di carattere paralinguistico ed extralinguistico (emozioni, atteggiamento del parlante, e anche caratteristiche personali, quali l’età, il sesso, ecc.).


L’accento

All’interno di una parola una sillaba viene generalmente percepita come più forte, come se fosse in rilievo rispetto alle altre. Nella parola città è facile dire che a è accentata, così come è accentata la seconda a di capitàno (comandante) e la prima di càpitano (accadono). Tre sono i fattori prosodici che contribuiscono a dare la sensazione uditiva di questa prominenza: l’intensità, l’altezza tonale e la durata. Una sillaba accentata è più forte, ossia è prodotta con una maggiore intensità nell’emissione dell’aria, dura più a lungo, ed è pronunciata con una maggiore altezza tonale.
Questi tre parametri acustici possono contribuire alla determinazione dell’accento in maniera variabile da lingua a lingua: in alcune, l’accento dipende fondamentalmente dalla variazione dell’altezza tonale (accento musicale o tonale); in altre, l’impressione di prominenza uditiva è data piuttosto dall’intensità di emissione dell’aria (accento intensivo o dinamico). In italiano tutti e tre i parametri acustici indicati contribuiscono alla realizzazione dell’accento, ma il fattore principale è senz’altro la durata. Il secondo correlato acustico importante è l’intensità. Pertanto l’accento italiano è di tipo dinamico.
In alcune lingue l’accento è fisso, occupa cioè una posizione definita. In lingue come l’italiano, è libero perché può collocarsi in posizioni diverse della parola.
In italiano l’accento può avere valore distintivo (es., capìto ~ càpito ~ capitò) cioè parole che si distinguono unicamente per l’accento, e non per il materiale segmentale che è identico.
L’assegnazione dell’accento di parola in italiano è determinata da un complesso intreccio di condizioni fonologiche, morfologiche e lessicali, quindi la sua posizione è solo parzialmente prevedibile. Un italiano madre lingua quando incontra una parola scritta che non conosce può avere dei dubbi su come questa debba essere accentata. La sua conoscenza della fonologia della lingua gli suggerisce che l’accento cadrà su:

• una delle ultime tre sillabe della parola: l’accentazione sulla penultima sillaba è senza dubbio la più frequente;

• una sillaba chiusa (cioè con la coda).

Spesso però non possiamo prevedere dove cade l’accento se non grazie a informazioni che ci vengono dalla conoscenza del lessico o della morfologia della nostra lingua.


La quantità

La quantità indica la lunghezza dei segmenti fonetici. Ossia la loro durata nel tempo, che è determinata dal protrarsi di una data articolazione. In italiano la lunghezza consonantica ha valore distintivo, come mostrano i seguenti esempi, nei quali la differenza tra due parole è determinata dalla sola durata del segmento:
cane ~ canne
pala ~ palla
fato ~ fatto
Ogni consonante in italiano può essere geminata (doppia). Ci sono un gruppo di consonanti, , che sono sempre (“intrinsecamente”) geminate (8).


Intonazione

L’intonazione corrisponde alla struttura melodica degli enunciati. Responsabile della melodia del discorso è la percezione dell’altezza delle vocali.
Il sistema intonativo di una lingua è composto da diversi livelli di altezza tonale che vengono usati per esprimere un ampio spettro di significati.
L’intonazione è uno dei tratti più universali e allo stesso tempo sembra essere anche una delle caratteristiche che più distinguono una lingua dalle altre.
In qualsiasi enunciato spontaneo le caratteristiche intonative trasmettono contemporaneamente informazioni linguistiche, paralinguistiche ed extralinguistiche.

Dal punto di vista strettamente linguistico, le funzioni dell’intonazione sono molteplici:

• indica la MODALITÀ dell’enunciato (presentativa, dichiarativa, interrogativa, imperativa), che codifica l’atteggiamento del parlante nei confronti di ciò che dice. A differenza di altre lingue, come l’inglese o il francese che possiedono marche morfologiche o sintattiche di domanda (9), in italiano è solo l’intonazione che veicola la modalità interrogativa. Tramite un’intonazione finale ascendente, “vieni?” può essere interpretato come una domanda, e non, ad esempio, un ordine “vieni!”. Questo dimostra tra l’altro il valore distintivo delle variazioni melodiche.

• fornisce indicazioni sulla DISTRIBUZIONE DELL’INFORMAZIONE nel discorso. Aiuta cioè a distinguere ciò che è nuovo da ciò che è dato, o anche a individuare ciò che il parlante dice dall’argomento del discorso, ciò di cui si parla. Per mettere in evidenza un elemento saliente il parlante ricorrerà a una focalizzazione prosodica, che in italiano si esplica in un picco dell’intonazione.

• concorre a esplicitare L’ORGANIZZAZIONE SINTATTICA dell’enunciato. La funzione di individuazione dei costituenti sintattici è evidenziata dai casi in cui una diversa struttura intonativa, accompagnata da una diversa collocazione della pausa, distingue frasi uguali a livello di materiale segmentale, ma diverse in termini di struttura sintattica. La frase scritta “la vecchia porta la sbarra” ha due possibili letture, che comportano due diverse strutture intonative. Nella prima interpretazione ‘la vecchia porta’ è un unico costituente sintattico (il sintagma nominale – soggetto), ‘sbarra’ è il verbo (da sbarrare) e ‘la’ è un pronome. Nella seconda ‘la vecchia’ è il soggetto, ‘porta’ è il verbo (da portare) e ‘la sbarra’ è il complemento oggetto. È l’intonazione a dirci, nel primo caso, che gli elementi ‘la vecchia porta’, pronunciati sotto lo stesso contorno intonativo, fanno parte di uno stesso costituente sintattico (10).

• trasmette anche L’ATTEGGIAMENTO DEL PARLANTE guidando l’interlocutore a cogliere sfumature di significato – come l’ironia, la gentilezza, l’impazienza, la rivelazione, l’informazione, la valutazione, ecc. – talvolta sottilissime.


Ritmo

Nell’esperienza di ascolto di un discorso, come anche nell’ascolto della musica, percepiamo un certo ritmo. Nelle lingue naturali, il ritmo consiste nell’alternanza di battute accentate e di battute non accentate. Il ritmo è un elemento prosodico complesso, che risulta dall’azione congiunta di molti fattori, essenzialmente l’altezza, il volume e il tempo. Ogni lingua ha il suo proprio ritmo.
Il ritmo sembra essere un aspetto fondamentale della programmazione della fonazione ed è probabilmente collegato alla struttura della frase in modi non ancora del tutto esplicitati (11).


Note

(2) Bisogna tener presente anche le differenze regionali, infatti vi sono molte varietà di italiano in cui pesca viene pronunciata allo stesso modo sia che significhi ‘attività del pescare’ sia che significhi ‘il frutto del pesco’ e la differenza di significato viene dedotta unicamente dal contesto del discorso).

(3) I fenomeni fonologici sono moltissimi, per ulteriori esempi si consiglia la consultazione di un manuale di introduzione alla fonologia come Nespor 1994

(4) Questo fenomeno di inserzione ha la sua motivazione nella struttura sillabica. Tende infatti a semplificare un nesso consonantico complesso, avvicinandolo alla sillaba semplice CV).

(5) Per la trattazione completa della Teoria dei tratti distintivi si rimanda il lettore al capitolo di Elisabetta Bonvino nel testo Il suono delle parole.

(6) Il contributo fondamentale riguardo alla struttura della sillaba e alla scala di sonorità lo si deve a Vennemann. La scala di sonorità di seguito presentata è quella da lui proposta (1988).

(7) Ci limiteremo qui a fornire una breve introduzione, rimandando per approfondimenti a Bertinetto (1981).

(8) Per un approfondimento si veda Mioni 1993: 116-117.

(9) Il francese, ad esempio, fa precedere una domanda dall’espressione “est-ce que” o inverte l’ordine Soggetto –Verbo, in mancanza di queste marche, la domanda è marcata intonativamente.

(10) Per un interessante modello dei rapporti fra sintassi e intonazione si veda Martin 2000.

(11) La fonologia metrica descrive appunto fenomeni ritmici, per approfondimenti si veda Nespor (1994).



Bibliografia

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* Questo articolo è una sintesi del capitolo Le strutture del linguaggio: Un’introduzione alla fonologia di Elisabetta Bonvino del libro Il suono delle parole: Percezione e conoscenza del linguaggio nei bambini a cura di Margherita Orsolini. Milano: La Nuova Italia (2000).