Un libro da segnalare

a cura di Angela Santese, Università La Sapienza, Roma

Il gioco dei bambini di Emma Baumgartner (2002)
Roma: Carocci editore – Bussole

Una breve presentazione. Dall’introduzione:
“Osservando i bambini nel corso dei primi anni di vita ci rendiamo conto che gran parte del loro tempo è occupata dal gioco. A casa, a scuola, ai giardini, nei negozi, dovunque si trovino e non appena è possibile, i bambini giocano sia da soli che tra di loro o con gli adulti: il gioco non è soltanto un modo di conoscere il mondo ma è anche una forma di comunicazione, di esperienza emotiva, di azione trasformativa sulla realtà” (p. 7).
Alcuni quesiti rappresentano il filo conduttore del libro: come definire esattamente il gioco? A quale età i bambini iniziano a giocare? Il gioco si differenzia dall’esplorazione? Quali sono le funzioni del gioco nello sviluppo?
In questo volume, dice l’autrice, “l’idea guida […] è che le relazioni tra gioco e sviluppo siano di natura bidirezionale: il gioco riflette lo sviluppo ma, al tempo stesso, contribuisce all’evoluzione delle funzioni motorie, sociali, cognitive e affettive del bambino” (p. 9).

I titoli dei capitoli. Dall’indice:
1. Modelli di descrizione e teorie del gioco
2. Il gioco nei primi due anni di vita
3. Dall’esplorazione al gioco
4. Il gioco simbolico
5. Dai giochi di fantasia ai giochi con regole
6. Giochi di bambine e bambini
7. Violenza e aggressività nel gioco

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Il modo in cui il bambino percepisce il mondo che li circonda è ancora una domanda e come le cose si propagano in questo senso è un enorme punto interrogativo. Le diverse attività in cui il bambino può impegnarsi possono essere tutte comprese con questo rispetto assicurandosi così che il bambino debba imparare, ma come molti siti web suggeriscono in modo efficace e non solo metodico.


Il quinto capitolo è dedicato al tipo di gioco che caratterizza l’età prescolare: il gioco di fantasia o sociodrammatico che può essere definito come un’interazione ludica nella quale vengono interpretati ruoli immaginari tratti dall’esperienza personale, dai racconti o dalla televisione e che si differenzia dal gioco simbolico o di finzione per alcuni aspetti: 1) il tema del gioco non è più legato all’esperienza diretta del bambino ma diventa un tema di fantasia in cui “sono riconoscibili azioni, personaggi, trame, elementi di una storia” (p. 74); 2) è condiviso con altri bambini; 3) sono presenti regole di comportamento.
Il gioco simbolico, tipico del secondo e terzo anno di vita, imita, organizza e racconta la realtà sociale. “I bambini fingono di bere, danno il biberon alla bambola […] le azioni per finta sono simulazioni delle attività di routine quotidiana attraverso le quali i bambini sviluppano le competenze sociali, l’abilità di formare e usare simboli, la capacità di elaborare temi narrativi” (p. 53). Viceversa i contenuti del gioco di fantasia non riguardano più soltanto le situazioni tipiche della vita di tutti i giorni ma anche e soprattutto il mondo dell’immaginazione.
Nel gioco sociodrammatico è presente una fase di pianificazione condivisa delle azioni del gioco prima che vengano eseguite in cui si decide e dichiara a che cosa e come si vuole giocare ed è molte volte esplicitata dall’espressione “facciamo che io ero…”.
Ad indicarci lo svolgimento in corso del gioco di simulazione sono trasformazioni dello spazio, del tempo, dei ruoli e degli oggetti. L’essere fuori o dentro il mondo dell’immaginazione, il passaggio dal piano della realtà a quello della fantasia viene dichiarato esplicitamente (“Io ero… e tu…”) o segnalato facendo uso della voce, dei gesti o dell’espressioni del volto.
L’attività di gioco non dipende dalla situazione immediata e dalle proprietà fisiche degli oggetti ma è sotto il controllo di un piano mentale. Le azioni sono organizzate secondo una ordine temporale e causale che guida l’agire concreto e lo rende coerente alla trama del gioco che include “molteplici situazioni, attività, persone, oggetti” (p. 74).
Nel gioco sociodrammatico i bambini consolidano e mettono in pratica le loro conoscenze sociali. Se un bambino immagina di essere una mamma dovrà comportarsi come tale cioè “obbedire” a quelle che Vygotskij chiama “le regole di comportamento materno” (p. 74). Ma il gioco di simulazione si presenta anche come una palestra per esercitare “l’interazione sociale”: per giocare insieme è necessario contrattare e negoziare cosa si può o meno fare, “comunicare ai propri compagni chi sono nella finzione, che cosa stanno facendo, quali oggetti si sono inventati, in quale situazione immaginaria si trovano” (p. 76). Dunque il gioco di fantasia è un gioco con regole in un duplice senso: da una parte le regole di comportamento della vita quotidiana diventano oggetto di attenzione per il bambino e dall’altra le regole del gioco non sono già date ma vengono concordate dai giocatori stessi.
Il linguaggio quindi ha un ruolo molto importante: i partecipanti “per assumere e coordinare reciprocamente i ruoli devono in primo luogo condividere la rappresentazione mentale di una situazione immaginaria e comunicare tra loro su tale situazione al fine di creare e mantenere uno scenario di gioco coerente” (p. 80). La comunicazione si rivela essenziale per la creazione di un contesto di fantasia condiviso soprattutto quando il gioco si svolge tra pari. Al contrario il gioco con un adulto familiare si presenta meno problematico al bambino poiché l’adulto conoscendo la prospettiva del bambino può facilmente sostenerlo nel gioco insieme.